L’adozione dell’intelligenza artificiale tra i professionisti sanitari appare meno ideologica e più pragmatica di quanto spesso emerga nel dibattito pubblico. Una survey pubblicata il 15 settembre dal Journal of Medical Internet Research ha raccolto le opinioni di 335 professionisti sanitari, tra cui 230 attending physician, e mostra che il 62,7% utilizza già o prenderebbe in considerazione l’utilizzo dei large language model nella propria attività.
Le applicazioni considerate più interessanti riguardano soprattutto l’accesso alla conoscenza e il supporto alle attività professionali. Il 73,4% dei partecipanti indica la revisione della letteratura tra gli impieghi di maggior valore, il 57% cita il clinical decision support e il 54,9% la comunicazione con il paziente. La disponibilità all’utilizzo, tuttavia, non coincide con una fiducia incondizionata: il 75,5% esprime preoccupazioni per il rischio di errori decisionali, mentre il 73,1% indica il bias algoritmico tra i problemi più rilevanti.
Il passaggio più interessante dello studio arriva quando si chiede chi dovrebbe definire le regole. Il 65,4% preferirebbe affidare la supervisione dell’AI alle organizzazioni professionali, mentre soltanto il 29% indica le aziende tecnologiche. L’87,8% ritiene inoltre necessarie linee guida professionali e circa due terzi dei partecipanti dichiarano di non avere fiducia nell’attuale sistema di oversight.
Il campione presenta limiti importanti, a partire dalla modalità di reclutamento e dalla forte concentrazione geografica negli Stati Uniti nord-orientali, quindi i risultati non possono essere estesi automaticamente all’intera popolazione medica. Resta però evidente una tensione destinata probabilmente ad accompagnare la diffusione di questi strumenti: i professionisti sembrano interessati alle opportunità offerte dall’AI, ma chiedono che i criteri di utilizzo siano definiti all’interno di una cornice scientifica e professionale riconoscibile.
“La questione della fiducia potrebbe spostarsi molto rapidamente dalla qualità tecnica alla legittimazione scientifica”, osserva Francesco Maria Avitto, Direttore editoriale Homnya, “Un medico può utilizzare senza problemi un modello sviluppato da una grande azienda tecnologica e, nello stesso tempo, voler sapere che i limiti di utilizzo, i criteri di validazione e le regole siano stati definiti o almeno condivisi dalla propria comunità professionale. È un passaggio che potrebbe assegnare alle società scientifiche un ruolo molto più ampio di quello che hanno avuto finora nel digitale.”
L’ipotesi è particolarmente interessante se si considera che proprio la revisione della letteratura è l’area indicata più spesso dagli intervistati. Se una quota crescente di medici inizierà a utilizzare sistemi AI come interfaccia per orientarsi tra studi, guideline e nuove evidenze, il rapporto tra tecnologia e autorità scientifica diventerà inevitabilmente più stretto. Il valore di un sistema non dipenderà soltanto dalla qualità linguistica della risposta, ma dalla trasparenza delle fonti, dalla frequenza degli aggiornamenti e dalla chiarezza con cui vengono dichiarati i limiti.
È qui che potrebbe aprirsi uno spazio nuovo per società scientifiche, associazioni professionali e organismi di consenso. Non necessariamente come certificatori formali di singoli prodotti, ma come soggetti capaci di stabilire criteri condivisi e aspettative minime sulla qualità dell’AI utilizzata in ambito sanitario.
La fotografia offerta dallo studio non mostra quindi una professione medica ostile all’innovazione. Mostra piuttosto professionisti disposti a utilizzare strumenti nuovi, purché le regole non vengano definite esclusivamente da chi li vende.